Il caso Moro: coscienza sporca della Repubblica.

Mi sono laureato il 5 luglio 2000, dopo un appassionante periodo di studi e approfondimento sul cosiddetto “caso Moro”, il rapimento e il successivo omicidio di uno dei più rilevanti statisti europei ad opera delle Brigate Rosse.

La mia tesi, che qui allego, fu sviluppata anche intervistando alcuni dei protagonisti della stagione politica che dette vita alle BR, figli della “Rivoluzione tradita”, cioè della scelta del Partito Comunista Italiano, guidato da Palmiro Togliatti, di rinunciare alla rivoluzione per varare, nel 1944 con la “svolta di Salerno”, il Partito Nuovo, inserito nella dinamica democratica e partecipe della ricostruzione post bellica.

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Sei date e una traccia di impegno collettivo.

A Bari è successo che il miglior candidato e il più votato tra tutti in Italia, nelle liste di “Liberi e Uguali”, una lista elettorale debolissima, nata dalla somma di quattro fallimenti (Articolo 1, Mdp, Possibile e Si), non sia stato eletto a causa di una legge elettorale perversa e cattiva, che nega rappresentatività.

Si tratta di Michele Laforgia, avvocato penalista, famoso per aver seguito processi e cause importantissime, animatore dell’Associazione “Città plurale” che ha rappresentato un importante luogo di stimolo e confronto per il centrosinistra pugliese degli anni ’10, persona retta e stimatissima in città e ovunque in Italia. Quasi 9.000 voti nel collegio uninominale sono un patrimonio che fanno subito pensare a utilizzi personalistici e a ricadute amministrative.

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Il Sud e la Politica.

Quando Gianfranco Viesti mi ha suggerito di leggere questo denso e documentato articolo di Marco Esposito, apparso su “Il Mulino”, non immaginavo avrei provato un’indignazione profonda.
Da oltre vent’anni, la questione meridionale è stata derubricata dal dibattito pubblico, surclassata da quella settentrionale.
Il Nord dell’Italia, sentendosi vessato da troppe tasse e troppe regole, si è dotato di una classe politica e dirigente capace di negoziare con Roma quote crescenti di reddito e di trasferimenti pubblici.

Il Sud, invece, non solo non è mai riuscito a esprimere un proprio grande leader azionale, ma ha scelto di gridare alla luna, mentre gli affari veri si fanno nelle commissioni paritetiche Stato-Regioni, in quelle parlamentari, nei tavoli ministeriali e a Bruxelles, come nelle altre sedi di negoziato internazionale.

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Ho ricevuto due sole istruzioni.

La bella e interessante rivista Amazing Puglia, al suo primo numero che trovate in edicola, ha deciso – bontà sua – di intervistarmi per fare un punto sui dieci anni di politiche per la creatività e il turismo, insieme a Giancarlo Piccirillo, in quanto ex direttori delle due principali agenzie regionali dell’audiovisivo e del turismo.

Ne è sortito un ragionamento articolato che mi aiuta a fare il bilancio anche dei primi tre anni e mezzo come assessore comunale alle culture e al turismo a Bari, la mia città.

Spero possiate condividere e magari anche ragionarci su.

Buona lettura.

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Sei stato uno dei protagonisti dei 10 anni di Vendola, come li giudichi? 

Sono stati anni magici, forse irripetibili, perché hanno rappresentato la massima coincidenza di due grandi linee tematiche della politica: la tradizione e la innovazione. Un uomo colto e sensibile, come Nichi, figlio della migliore storia comunista e libertaria meridionale, ha chiamato al governo alcuni dei suoi più capaci compagni di vita politica e, insieme a loro, ha gettato nella mischia quelli che reputava essere i migliori giovani della “Generazione X”, nati cioè tra i ’60 e gli ’80. Ne è sortita una classe dirigente straordinaria, coesa, solidale al suo interno, non animata da ambizioni sfrenate o guerre fratricide, ma dall’unico sogno utile: cambiare la propria terra, renderla migliore, innovare le forme della politica e amministrare con fantasia e probità. 

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Ed io che pensavo non servisse.

Pensavo non fosse necessario ricorrere allo spazio della riflessione su blog, per spiegare a chi vorrà leggermi, per quale motivo io e i miei colleghi della Giunta Decaro, Sindaco incluso, abbiam deciso di contribuire con la modesta e simbolica cifra di 50 euro ciascuno, alla realizzazione del Pride 2017 a Bari.

Invece le reazioni a un mio post sulla pagina ufficiale di Facebook, mi han fatto cambiare idea. Già, perché alcune sono state univoche: per dei miei concittadini avremmo fatto meglio a donare quei soldi alle “persone normali” oppure ai “poveri”.

Due argomenti formidabili, che se non fossero semplicemente omofobi, sarebbero davvero divertenti. Intanto perché Bari spende milioni di euro per il sostegno al reddito e l’erogazione di servizi per i suoi concittadini più poveri. E una piccola goccia in quell’oceano di risorse non sarebbe stata simbolica, ma oltremodo ridicola. E’ piuttosto il tema sempiterno della “normalità” che mi ha colpito assai.

Ora, io faccio l’Assessore alle culture nella mia città. Dunque i temi dei diritti di cittadinanza mi riguardano da vicino perché la loro diffusione pertiene al lento lavoro culturale e per questo ne desidero parlare. Perché noi diamo sempre troppo per scontate le conquiste di secoli di battaglie. E spesso siamo fermi all’illuminismo francese: libertà, uguaglianza, fraternità. Riteniamo acquisiti certi princìpi e poi ci risvegliamo, magari subito dopo un’elezione, slittati verso baratri d’ignoranza, immersi nel più bieco razzismo.

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Due o tre cose che so di Bari e della giustizia sociale possibile.

Le città sono nate per garantire un più facile accesso alle fonti di approvvigionamento, ai servizi e per consentire la socializzazione che, nella loro dislocazione orizzontale, le campagne non potevano garantire.

Tutta quella umana è stata una storia di civilizzazione e inurbamento. D’altronde oggi il 55% della popolazione mondiale, vive nelle città e si stima che la percentuale salirà al 66% nel 2050. Non a caso tutte le politiche di programmazione si stanno ponendo il problema semmai contrario, quello cioè dello spopolamento delle aree interne e della contrazione del lavoro nelle campagne, che porterà tanti piccoli centri rurali a scomparire se, nel frattempo, politiche specifiche non ne consentiranno un nuovo sviluppo.

Perché parto da qui?

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Una vera guerra a bassa intensità.

Ad opera di Vincent Bollorè, si sta giocando su Mediaset una guerra a bassa intensità, che potrebbe preludere – dopo l’approvazione in Parlamento della nuova legge cinema – ad una profonda trasformazione del sistema mediale italiano.

Se da un lato il Paese sembra tornare indietro di vent’anni, con la richiesta pressante di molti gruppi parlamentari di una legge elettorale proporzionale, che avrebbe come evidente sbocco – nell’Italia ormai tripolare – una conventio ad escludendum del Movimento 5Stelle e dunque governi coalizionali; dall’altro sembra brillare la stella delle scalate ai gruppi multimediali italiani.

Lo scopo è evidente: dotarsi di infrastrutture e reti per diffondere contenuti globali in un mercato ampio, quale il nostro.

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La coda lunga della cultura contemporanea a Bari.

“Com’è stata la mostra?”
“Mmm, molto carina!”

Per stare in pace in società, siamo abituati da sempre a commentare i nostri consumi culturali con aggettivazioni che sfumano dal “meraviglioso” al “carino”. Spesso per quieto vivere non commentiamo nemmeno. Altre volte, invece, ai vernissage, commentiamo dinanzi agli autori o i curatori presenti, di aver trovato la loro mostra: “stupenda”.

Le arti contemporanee, però, assai raramente hanno a che fare con il concetto di bellezza.

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La riforma costituzionale. Sì o no?

Il tema è caldissimo. Tra un mese si voterà per confermare e convertire in Legge la nuova Costituzione della Repubblica, oppure bocciare la riforma e, inevitabilmente con essa, anche il Governo del Premier Renzi.

Grazie al lavoro del Prof. Nicola Accettura, allego qui di seguito la riforma costituzione come emendata dall’attuale Parlamento e sottoposta al voto referendario. In rosso trovate le nuove parti.

Come si comprenderà, la riforma riguarda esclusivamente la parte seconda della Carta fondamentale, riguardante l’Ordinamento. Non vengono minimamente toccati i principi fondamentali e i diritti e doveri dei cittadini.

Tre virtù servono per farsi un’idea personale:

1. Onestà intellettuale;
2. Pazienza;
3. Volontà di capire, senza condizionamenti esterni.

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Intervista a Repubblica.

Martedì scorso, 26 luglio 2016, Francesca Russi di Repubblica Bari mi ha intervistato a proposito di qualche polemica sollevata a proposito dell’estate barese.
Ecco l’intervista integrale.

Molti turisti che girano nel centro ma pochi eventi in città. La sera a Bari non c’è molto da fare se non passeggiare tra i locali della movida. Assessore, che ne è dell’estate barese?

Sfatiamo alcuni miti: a Bari i turisti stanno crescendo, negli ultimi anni, in modo esponenziale. Nel 2015, gli ultimi dati di cui disponiamo, abbiamo registrato 335mila arrivi per 622mila presenze. Merito di una città che è la prima méta turistica pugliese, con il suo enorme patrimonio storico, architettonico, la dimensione metropolitana, la grandezza della sua storia nicolaiana. Dobbiamo crescere sotto il profilo dell’offerta, per aumentare le notti dormite. Per questo, in soli due anni dal nostro insediamento, abbiamo aperto cantieri a ritmo crescente per dare a Bari un Polo contemporaneo delle arti, un Museo archeologico, una grande Mediateca, il nuovo Piccinni, uno spazio per la ricerca e le culture giovanili presso la Manifattura. Una città – cantiere che, tra due anni, avrà tutte le carte in regola per competere ancora meglio. L’Assessore alle culture dà gli indirizzi e le politiche, non fa il direttore artistico della città. Non uno degli operatori culturali che parlano oggi, ha presentato un progetto per l’estate barese. Perché? Forse perché avevano già deciso di andare chi a Polignano, chi a Giovinazzo. Noi non siamo stupiti. Bari non si accende solo l’estate per poi tornare in letargo in autunno. Bari è cuore di un territorio esteso – la Terra di Bari – che offre un ventaglio di possibilità ai turisti e la gradevolezza della vita sul mare a chi vi risiede. Per questo abbiamo progettato la Bari Guest Card, su scala metropolitana, per integrare l’offerta di tutta la provincia, non solo difendendo l’orticello barese.

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