Perche voterò NO.

Inizia a parlarsi del Referendum confermativo costituzionale senza quorum del 20 e 21 settembre prossimi, quando gli italiani saranno chiamati a confermare o negare la riforma che diminuisce il numero dei parlamentari (da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori) pari al 36,5% rispetto a ora.

Chi l’ha proposta (M5S e Lega), ritiene così di tagliare i costi della politica e rendere più efficiente il Parlamento.
Sul primo punto il risparmio sarà di 1 euro a cittadino l’anno. Sul secondo punto, invece, la riforma lascia immutato il bicameralismo perfetto, senza toccare i regolamenti parlamentari (che hanno rango primario di legge), dunque il lavoro in commissione sarà immutato e la legiferazione passerà sempre dalle stesse ‘navette’ parlamentari. Gli argomenti a sostegno della (contro)riforma, sono quelli tipici dei populismi che vanno di moda in questi anni bui.

Io voterò NO per molte ragioni che vi elenco.

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I compiti per dopo.

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Capire come funzionano i bilanci pubblici è semplice.

Per ogni infermiere, medico, operatore socio-sanitario impegnato in questa dura lotta per la vita e la salute, ci dev’essere un numero di lavoratori, manager e imprenditori che – pagando le tasse – consentano di coprire i costi dei dipendenti e dei servizi pubblici. Una parte del compenso dei lavoratori e dei fornitori privati del settore pubblico, torna allo Stato sempre sotto forma di tasse, sanzioni e accise.

Lo Stato, tuttavia, non si finanzia solo con le tasse. Lo fa anche attraverso l’emissione di titoli di debito pubblico: gli investitori – cioè cittadini, imprese e banche – contraggono un accordo con il quale lo Stato si impegna a restituire dopo qualche anno oltre al capitale investito, una quota di interessi sui quali trattiene una percentuale, sotto forma di tasse.

Il peso del debito pubblico – cioè la somma di tutte queste obbligazioni che lo Stato ha contratto nel corso di svariati decenni – viene scaricato sugli investitori a ogni emissione di nuovi titoli e protratto nel tempo a scapito delle generazioni future.

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Alla fine è arrivato Godot.

Ho riletto le mie conclusioni alla prima conferenza generale delle culture e del turismo tenutasi a Bari e da me promossa presso lo Spazio Murat nel settembre 2014 dal titolo “Arriva Godot”.

Le riporto qui di seguito per chi volesse leggerle.

E’ davvero sorprendente quante cose siamo riusciti a realizzare di quel programma, di quella visione.
Ora tocca ad altri andare avanti sulla strada tracciata.
In coda riporto anche tutti gli interventi di operatori, personalità e Sindaco che parlarono

Buon lavoro e buona lettura. 

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Dopo il servizio, tornare ai propri amori.

Ho scelto di non continuare l’esperienza di amministratore pubblico locale, come pure in tantissimi – commuovendomi – hanno chiesto di fare a me e al Sindaco Antonio Decaro – cui spetta il compito di nominare gli Assessori – che ringrazio per l’amicizia, la stima, la lealtà che mi ha sempre dimostrato – contraccambiato – in questi cinque anni.

Rimarrò sempre legato a questa nostra comune esperienza, certo di avere servito con onore i principi della nostra Costituzione e di aver orientato la mia e nostra azione ai programmi di coalizione e alle idee di una sinistra aperta e inclusiva, moderna e popolare.

Sono stati anni durissimi a causa della crisi dei conti pubblici; anni privi di risorse che potessero consentirci una vera espansione culturale di Bari, una città in cui sono completamente assenti le istituzioni che danno continuità e forza all’offerta culturale e allargano la domanda.

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Bari, la “Next Big Thing”.

Ci sono sogni professionali inconfessabili.
Poi ci sono le visioni, che animano tutti noi, donandoci passione e impegno quotidiano per renderle possibili.

Quando Antonio Decaro mi ha chiamato a comporre la sua Giunta comunale nella città in cui sono nato, mi sono formato ed in cui sta crescendo mio figlio; venivo da una lunga esperienza nel mondo cinematografico e manageriale.

Ero abituato ai sogni e alle visioni.
Sapevo e so che sono loro a rendere possibili le grandi conquiste.
E avevo visto, infatti crescere la Puglia sotto le mie, le nostre mani.

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Il Mezzogiorno non interessa a nessuno. Nemmeno alle classi dirigenti meridionali.

Il 21 e il 22 marzo 2019, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping si è recato in Italia, accolto dalle massime cariche dello Stato, per sottoscrivere un memorandum d’intesa che dia corso alla strategia denominata “Belt and road initiative”.

Nel dibattito nazionale si è parlato di tutto, tranne che di Mezzogiorno.

Ecco le mie considerazioni, apparse oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”.

Buona lettura.

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I migliori dischi del 2018. Secondo me.

Amo leggere, vedere film, andare a teatro e lasciarmi stupire da spettacoli dal vivo.
Ma niente come la buona musica, riesce a trascinarmi in un mondo altro, donandomi la leggerezza necessaria per affrontare la quotidianità.
Ascolto vagonate di musica, cercando di districarmi tra le offerte sempre più invasive di Trap e Hip Hop (che non amo) e di pop o rock di mediocre qualità. 

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Un gigante.

Mi sono chiesto per anni, il motivo per il quale, nel tormentato e rapidissimo avvolgersi nella spirale implosiva della Prima Repubblica; al tempo in cui i sindaci venivano scelti dai partiti nel Consiglio comunale e non direttamente dagli elettori nelle urne, un Sindaco come Pietro Leonida Laforgia, durato in carica poco meno di sei mesi, dal 28 gennaio al 6 settembre 1993, rimanesse così fervido nella memoria dei suoi concittadini, amato e rispettato da tutti, anche dai suoi più acerrimi avversari politici.

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Quanto è vicina la Cina?

Nel 1986, una giunta comunale lungimirante, guidata dal socialista Franco De Lucia, decise di gemellare Bari con la città di Guangzhou (Canton), sede della più importante fiera campionaria cinese. Nel corso degli anni il gemellaggio è andato spegnendosi e solo nel 2017, in occasione del trentennale, grazie alla visita delle autorità cinesi da noi accolte a Bari, il rapporto si è riacceso.

Nel frattempo però alcune cose sono cambiate da allora: grazie alle riforme di Deng Xiapoing, la Cina è divenuta un enorme paese, con una popolazione di oltre 1,4 miliardi di persone, metà della quale inurbata e con una età media di 37,3 anni a fronte dei 45 anni medi dell’Italia.

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La manovra del governo. Di destra o di sinistra?

Mi sono applicato a studiare l’aggiornamento al Def e l’annunciata manovra del Governo per il prossimo triennio.
Ecco i pro e i contro. E soprattutto una possibile risposta alla domanda: è una manovra di destra o di sinistra?

La nota di aggiornamento al DEF approvata dal Consiglio dei Ministri il 27 settembre scorso innalza nel Documento economico finanziario (DEF), l’asticella dell’indebitamento al 2,4%, liberando così 27 miliardi per la manovra.

Il rapporto deficit/pil sarà previsto al 2,4% nel 2019, 2020 e 2021.

In questa fase, dunque, il Governo ha deciso quanto indebitarsi per liberare risorse nel prossimo triennio ed ha annunciato ufficialmente che la futura manovra conterrà i seguenti punti:

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